SCURA MAJE

 

Scura maje (conosciuto anche come mara maje) è un canto popolare dell'alto Sangro (abruzzo) di ignoto autore. Il brano descrive il senso di abbandono e di dolore di una donna, divenuta vedova, costretta da sola a crescere i figli e ad occuparsi della casa. L'origine dovrebbe essere medievale, sebbene è del diciottesimo secolo la prima vera testimonianza del canto, denominato Scura mai, grazie alla pubblicazione di un libro di poemi dialettali a opera di Romualdo Parente poeta di Scanno. Il testo, così come il titolo, varia di zona in zona, assumendo di volta in volta i connotati del dialetto del luogo.

Scura maje (conosciuto anche come mara maje) è un canto popolare dell’alto Sangro (Abruzzo) di ignoto autore.                                                                           Il brano descrive il senso di abbandono e di dolore di una donna, divenuta vedova, costretta da sola a crescere i figli e ad occuparsi della casa.                     In talune versioni la canzone viene presentata in tono ironico-grottesco.
L’origine dovrebbe essere medievale, sebbene è del diciottesimo secolo la prima vera testimonianza del canto, denominato Scura mai, grazie alla pubblicazione di un libro di poemi dialettali a opera di Romualdo Parente poeta di Scanno.                           Il testo, così come il titolo, varia di zona in zona, assumendo di volta in volta i connotati del dialetto del luogo, a seguire ne pubblichiamo una traduzione in italiano.                                                           La donna esprime la sua disperazione per il suo nuovo stato di vedova, che la costringe alla più completa solitudine e povertà.                                           Prima poteva contare su un riparo, mentre ora ne è completamente priva, come è priva di cibo per i suoi figli che di notte implorano vanamente il pane.           Neppure il cumpare che, sebbene tenuto, non risponde alle sue richieste. Ella ricorda come da un’orsa opulenta fosse divenuta, per la morte del consorte, un’alice secca  e nessuno le fa più caso. Il lamento termina con la speranza di trovare presto un altro marito, anche se bruttissimo. 

1″.
Povera me, povera me!
tu sei morto e io come faccio?
ora mi straccio trecce e faccia,
ora mi getto in collo a te:
povera me, povera me!

2.
Prima teneva una casetta,
ora non ho più ricetto,
senza fuoco e senza letto,
senza pane e companatico:
povera me, povera me!

3.
M’ha lasciata una famiglia
scalza, nuda e affamata;
e la notte si sveglia
vuole il pane e io non l’ho:
Povera me, povera me!

4.
Ieri andai dal compare,
a cercare la carità,
mi fece una sgridata
mi batté con una stanga:
Povera me, povera me!

5.
Sii maledetto, sii maledetto, 
quanto bene ti ho fatto!
per il sangue di una gatta
proprio strega m’ho a fare
Povera me, povera me!

6. 
E la notte all’improvviso,
Quando dormi, all’insaputa,
ho da entrare pel buco della porta,
tutto il sangue ti ho da bere:
Povera me, povera me!

7.
Stavo grassa come un’orsa,
mi son fatta secca secca
non c’è un cane che mi lecca,
che mi scaccia e che mi abbaia:
Povera me, povera me!

8.
Al cielo cosa ho fatto?
al mondo poverella,
sono rimasta vedovella,
ora mi arrabbio, ora mi arrabbio:
Povera me, povera
me!

9.
Oh! Cielo, fammi uscire
per marito uno sterpone
che se non hai il montone,
la cucciola sempre abbaia:
Povera me, povera me!”.