TRADIZIONI DI ROMAGNA (3): LA STORNELLA

Canto popolare[modifica | modifica wikitesto] La prima raccolta a stampa che comprende anche alcuni canti popolari romagnoli si deve al lavoro di Michele Placucci, a sua volta debitore del lavoro di raccolta di Basilio Amati, di Mercato Saraceno (inchiesta napoleonica del 1811). Placucci, nel suo "Usi, e pregiudizj de' contadini della Romagna" (Forlì, Tipografia Barbiani, 1818), raccoglie molti canti legati al ciclo della vita umana, dell'anno e del lavoro. Nel 1894 esce a Forlì il Saggio di canti popolari romagnoli raccolti e annotati, Forlì, Luigi Bordandini Tipografo-Editore, a cura di Benedetto Pergoli, all'epoca direttore della biblioteca comunale. Si tratta della più importante opera dell'Ottocento riguardante canti popolari romagnoli ed è la prima che contiene anche trascrizioni su pentagramma, a cura di Alberto Pedrelli. Scopo dell'opera era raccogliere testi e musiche di, tra l'altro, "cañti" (canzoni romanzesche, storiche, domestiche), canti narrativi, stornelli,stornelle, canti a la stesa, ninne nanne, eccetera. Un repertorio che, fino ad allora era stato tramandato solo oralmente. Danza popolare in Romagna[modifica | modifica wikitesto] Nelle valli romagnole, prima dell'avvento del ballo liscio, che ha reso celebre la Romagna a livello nazionale e internazionale, esisteva una forma di ballo conosciuto come Bal spécc, appartenente alla categoria dei balli staccati. La danza, prima dell'enorme successo che ha avuto il ballo di coppia, era una pratica sociale rituale, che non prevedeva un contatto corporeo all'interno della coppia. Anche il concetto stesso di "coppia fissa" non esisteva nel Bal spécc: le ricerche etnomusicologiche effettuate negli anni settanta e ottanta del XX secolo hanno dimostrato che la maggior parte delle danze romagnole era legata ad una coreografia precisa, sovente in cerchio, con cambio di partner. Ciò era funzionale al fatto che ogni cavaliere avrebbe interagito con ogni dama del cerchio, senza che il corteggiamento di una dama in particolare assumesse particolare evidenza. Trattandosi di un linguaggio non verbale il metodo c'era, ma era occulto. Classificazione delle danze di tradizione praticate in Romagna: criterio tipologico o criterio geografico. I balli cui si fa riferimento variavano nel giro di pochi chilometri, come le cadenze dialettali, poiché le comunità erano chiuse e i mezzi di comunicazione relativamente lenti, per tale ragione, nel presente, la denominazione di un ballo è sempre seguito dall'indicazione della località dove è stato riscoperto. Dal punto di vista tipologico, la danza più praticata per ogni dove in Romagna era il saltarello, denominato in certe zone "ballinsia" o "russiano", seguito in ordine quantitativo dalle manfrine (v. monferrina), dai tresconi, (v. trescone) dalle quadriglie e da forme più rare come furlana e bergamasco. Merita attenzione anche la diffusione, tra i ceti sociali meno abbienti, di forme popolari di balli da sala ottocenteschi, così troviamo a Tredozio una "marsigliesa", derivata dalla transalpina varsovienne, mentre a Galeata, Premilcuore, Palazzuolo sul Senio, Castel del Rio (e nella frazione Valmaggiore) troviamo le "sòtis", tutte forme localizzate derivate dalle scottish diffuse in tutta Europa. È singolare il fatto che la scottish venisse ballata in Europa nell'Ottocento esattamente come valzer, polka e mazurka; solo questi tre ultimi sono entrati nel novero del "liscio" mentre la scottish fu dimenticata nelle sale e sopravvisse solo in campagna o sui monti.

Una stornella è un canto lirico monostrofico popolare tipico della Romagna.                          Si differenzia dallo stornello toscano e romano per il suo carattere arcaico, non confrontabile con la moderna teoria armonica e quindi non accompagnabile con accordi come potrebbe avvenire per lo stornello toscano. Si basa infatti su scale modali medievali paragonabili a quelle in uso nel canto gregoriano, ma con una interna mobilità modale evidenziata dagli studi di Tullia Magrini, e per questo caratterizza la Romagna come una delle poche aree europee che conservano caratteri melodici così arcaici. Il canto delle stornelle in Romagna, oggi, non esiste più nella memoria popolare collettiva, solo pochi anziani ricordano ancora frammenti di quel passato musicale. I testi servivano anche per azzardare offese verso un contendente senza provocarne reazioni, poiché la Stornella era un terreno neutro entro il quale ci si poteva muovere impunemente utilizzando un codice verbale e musicale condiviso e accettato anche in quelle circostanze. La stornella è cantata su quattro strofe di endecasillabi, spesso improvvisati e cantati alternativamente tra esecutori che un tempo si sfidavano su argomenti specifici o liberi. Canto simile ma su due sole strofe di endecasillabi è la bovara. Un tempo i cantori più bravi si sfidavano cantando a turno una stornella alla volta, in alternanza, con regole precise basate sulla conduzione dei testi e sulle rime da “attaccare” alle precedenti, fino a quando uno dei due non avesse finito gli argomenti, perdendo la sfida. Questo canto è testimoniato nelle ricerche etnografiche almeno fin dall’Ottocento (Placucci, Pergoli) e poi nel Novecento (ad esempio Pratella), nel secondo dopoguerra si hanno le prime raccolte con registrazione magnetofonica e le successive analisi musicali (entrambe, in primo luogo, effettuate da Tullia Magrini, col supporto di Giuseppe Bellosi, esperto di dialetto romagnolo) hanno evidenziato il carattere assolutamente arcaico e unico per l’Europa (presente in altre limitate zone che si affacciano sul Mediterraneo) di questi canti che presentano uso di scale modali e mobilità modale. Una delle ultime cospicue raccolte di stornelle con registrazione dalla viva voce di anziani testimoni di questo canto popolare, è stata effettuata tra il 1980 e il 1985 da Fabio Lombardi nella vallata del Bidente (Forlì).

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